23 nyc


A Freddie piace il rosso lacca
May 5, 2009, 6:04 pm
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Freddie Hubbard. official photo.

Freddie Hubbard. official photo.

Mi sono vestito di rosso ieri. So che a Freddie piaceva, quando facevamo gli spettacoli e io mi vestivo di rosso. Diceva che con la tonalita’ di marrone della mia pelle stava bene, il rosso. “Purche’ sia rosso lacca”, specificava. E a rendermi il concetto ben chiaro mi ha regalato la bombetta rossa lacca, per di piu’ lucida. 

L’ho messa apposta, ieri sera, per andare alla sua serata, a ricordarlo, tra amici, come se fosse ancora tra noi. Poi avevo la mia giacca rossa, il dolcevita rosso anni settanta e il dente d’oro che sbrilluccicava a ogni sorriso che regalavo. Sono rimasto un po’ sulla porta, cosi, a regalare sorrisi, come sarebbe piaciuto a lui. 

La Cattedrale di San Giovanni il Divino a Harlem era piena di gente. 

C’erano cantanti jazz con le ciglia finte e i dread raccolti. 

Trombettisti sempre piu’ vecchi e con sempre piu’ energia. Da vendere. 

C’erano pianisti venuti apposta da Indianapolis, che si ricordavano il primo concerto di Freddie, a 16 anni. Che buffo che deve essere stato. 

Io sto messo come lui. Non fosse per la Jazz Foundation che, se siamo in difficolta’, ci paga le cure mediche e un minimo di pensione, non avrei nulla. 

Non ci pensa nessuno, a noi musicisti.

Passiamo la vita, noialtri, a comporre note che, messe in fila una dietro l’altra, provocano emozioni a chi vi porge l’orecchio. 

Facciamo una vita solitaria, che’  le note sono timide, e si nascondono, stanno mute, se ci sono altri suoni. E le note mute, si sa, non hanno senso alcuno. 

Appaiono per lo piu’ di notte, quando tutto e’ cheto, quando l’unico suono che si lascia ascoltare e’ quello del silenzio. Arrivano improvvise, ci svegliano, ci tirano giu’ dal letto, insistenti, ci costringono a sederci di nuovo davanti allo strumento, per scriverle, per renderle immortali, loro, le note, mica noi. Noi musicisti siamo meri strumenti, usati dalle note allo stesso modo in cui le parole usano gli scrittori. 

Facciamo spesso una vita incompresa, ai piu’, che’ davvero ha poco senso stare soli ad aspettare che le note ci degnino della loro presenza, per farsi mettere ordinate e manco sempre sullo spartito. Noi musicisti jazz, poi … fegato spappolato anche se siamo astemi. Che’ non e’ tanto l’alcol, quanto i pensieri, le emozioni, il saper scavare nell’animo umano per estrapolare quello che le anime non si raccontano nemmeno davanti allo specchio in punto di morte. Trovare quelle emozioni universali e spiattellarle, esorcizzarle, che quando uno sconosciuto ci si identifica, ci ha messo il dito sopra, e’ come se un po’ gli fosse passata. O tornata, se l’emozione era bella. 

Ma a noi, diceva bene il tipo ieri sera, dopo la Standing Ovation per uno dei piu’ grandi trombettisti jazz, nessuno ci paga. Si, per carita’, facciamo un album ogni tanto, anche due o tre. Intere compilations, se siamo bravini e ben agganciati a case di produzione. Suoniamo nei locali, alcuni di noi fanno lezioni. Ma si tira avanti, per tutta la vita. Si tira avanti e basta. 

Non abbiamo pensione, non abbiamo contributi, non abbiamo assistenza medica. 

Regaliamo emozioni. Alcune le solleviamo dai meandri dell’inconscio che neanche il miglior terapeuta. E nessuno ci regala niente in cambio.

Siamo qui, continuiamo a farci svegliare di soprassalto nel pieno della notte da accordi e note sparse, per un solo unico improrogabile motivo: altro non potremmo mai fare. Ci piace vestirci di rosso lacca, a noi musicisti jazz neri. 

 

http://www.jazzfoundation.org 

http://www.freddiehubbardmusic.com/ 

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