23 nyc


Randy non ha amici
April 27, 2009, 8:30 pm
Filed under: nyc characters

“Io non ho amici in senso proprio, solo conoscenti”
“Anche io. Conoscenti, gente che vedi ogni tanto, che senti, ma di cui sai che non puoi fidarti a pieno, che non chiameresti nel momento del bisogno, quando magari stai giu’, che tanto quando stai giu’ o ti ritiri su da solo o non serve altro”.

Randy e Bobby hanno rispettivamente 20 e 25 anni. Uno e’ cresciuto nel Bronx, l’altro a Brooklyn.

“Sono neworkese quanto il Long Island Ice Tea”, dice Bobby riferendosi al drink piu’ bevuto nei vicoli di SoHo, con vodka, tequila, gin, rum e appena un po’ di seltzer a mischiare i superalcolici. Bobby in effetti, bello come il sole, e’ un bel misto: un quarto cinese, un quarto spagnolo, un quarto portoricano e un quarto italiano. I nonni, poi, si perdono nei meandri dei tempi andati e delle navi arrivate qui.

Se accadesse in qualsiasi altro posto al mondo, la conversazione tra i due, le loro frasi, sarebbero di una tristezza di quelle che penetra fino in fondo allo stomaco e lo gela, per sempre.

Ma questa e’ New York, bellezza.

Qui non esiste gelo altro che il vento che dall’Alaska soffia tra i grattacieli. Il gelo, qui, le anime imparano a seppellirlo in fondo a se stessi appena nati, la prima volta che, nel passeggino, percorrono i marciapiedi grigi della citta’.

Randy e Bobby sono sinceri, quando dicono di non avere amici. Parlano con il cinismo e la franchezza di chi ha il doppio della loro eta’: “Mi sono stufato di fidanzarmi, ora esco solo per divertirmi, con le donne. Poi, chissa’, magari, un giorno, una che mi accetta per quello che sono la trovero’ anche io”, afferma sicuro e per niente deluso Randy.

Sono ragazzi duri fuori e teneri dentro, newyorkesi d.o.c., come i cactus, se si va oltre le spine c’e’ succulenta e dolce polpa. Ma le spine, qui, non se le fa togliere nessuno, menche’ meno Randy e Bobby, che della vita hanno le idee chiare.

“New York e’ ancora il centro del mondo. Qui puoi realizzare i tuoi sogni, ma se non ce la fai a tirare su un dollaro a New York, allora e’ meglio che te ne vai subito, o che pensi a come fare a venderti gli organi per svoltare un po’ di contanti”, dice Bobby.

“Si, questo non e’ un posto per smidollati. Io ho imparato sopravvivendo nel Bronx, facendo a botte all’uscita di scuola solon perche’ ero il piu’ grosso e tutti ce l’avevano sempre con me. Mi sono anche dovuto fare 4 mesi di riformatorio, ma e’ stato tutto tempo utile alla crescita”, gli fa eco Randy.

I due ragazzi seguono un corso per baristi astemi a Queens. Gli altri partecipanti sono tutti indios che bevono succo d’ananas e devono pagare squallidi affitti che illuminati dalle luci della citta’ a loro sembrano meno squallidi del buio delle montagne guatemalteche che incorniciano laghi di vulcani ormai spenti. Randy deve pagarsi l’universita’. Bobby l’affitto e le bollette. Vogliono svoltare tanti soldi, 400 a serata esentasse, perche’ i soldi, qui, come quel misto di alcol che e’ il Long Island Ice Tea, anestetizzano la solitudine che divora le anime.

“Beh, allora ci vediamo”, si dicono entrambi prima che Randy esca dal vagone.

Ed entrambi sanno che cio’ non accadra’ mai, che e’ un modo di dire, uno di quei tanti modi di dire nuiorchesi che servono solo a fingere che la solitudine non esista, qui, mentre piano piano si divora tutti gli esseri appena piu’ sensibili che cactus non sono mai stati e mai sapranno essere.

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