23 nyc


Kiwidinok e l’aquilone
March 15, 2009, 6:21 am
Filed under: nyc characters

Gliel’aveva insegnato il nonno a estraniarsi dai posti e catapultarsi dove si sentiva a suo agio, dove poteva ritrovarsi e tornare a essere se stesso.

“Non devi pensare, il cervello non c’entra”, gli diceva il saggio vecchietto, una piuma colorata di un uccello strano appesa chissà come all’orecchio sinistro. “Devi sentire tutto, ogni cosa, con i tuoi 5 sensi. Solo così riuscirai a trasportare il tuo corpo altrove. Ovunque”, gli aveva detto con un sorriso.           

All’inizio non gli sembrava possible. Ma al nonno aveva sempre creduto, ché non lo aveva mai tradito. Così prova che ti riprova, con il tempo imparò a farlo davvero, ad andarsene lontano senza spostarsi da dov’era. Ora che aveva quasi l’età del nonno lo faceva sempre più spesso, quasi ogni giorno, ogni momento in cui si sentiva solo, in questa città piena di luci sbrilluccicanti che accecavano gli animi e indurivano i cuori peggio della più grande luna piena in una notte senza stelle.

Prima spalancava l’olfatto, e vi faceva entrare piano piano l’odore acre del deserto, la sabbia rossa alzata dal vento che gli solleticava le narici, il profumo delicato dei fiori di cactus.

Poi l’udito: sentiva il vento sussurrare e richiamarlo a casa, mentre filtrava tra montagne di rocce che a lui, da bambino, gli sembravano figure aliene, giganti di un aldilà fantastico e lontano, che, sornioni e immobili, si raccontavano l’un l’altro. Ascoltava i versi striduli dei condor, il lento lavorio degli scorpioni, quello ben diverso (ci aveva messo anni a riconoscerlo) delle formiche giganti che costruivano termitai. Sentiva strisciare le lucertole e i coyote che ululavano, di notte, in esplorazione.

Il tatto: la pelle comincia a seccarsi per il vento caldo che batteva in Arizona, gli occhi diventavano fessure a pararne i colpi. I rotoli degli arbusti pieni di spine gli graffiavano i polpacci.

Il gusto: la sete giungeva improvvisa e aggressiva, quella sete di chi vive nel deserto, di chi fuma l’erba sacra del calumet della pace, di chi mangia bisonte e granturco arso sui carboni.

L’ultima cosa era la più difficile: doveva riuscire a vedere altro, a occhi spalancati.

E lui, stamattina, non vede il cemento dei palazzi con le loro scale antincendio ricamate a ghisa. Non vede il traffico dei tassì gialli. Non vede la folla e i banchi del mercato con le erbette organiche di Union Square, la Campo de’ Fiori di New York City. Non vede nemmeno le impalcature che ha davanti. No: vede quei pochi bassi cespugli che crescevano in riva al fiume, dove era cresciuto anche lui. Vede le rocce rosse scolpite con l’accetta di guerra. Vede il grande cratere delle meteoriti, anche se sapeva bene, lui, che le meteoriti non c’entravano niente, che erano stati i grandi dei a soffiare su quel pezzo della terra e a formarla così, a buchi. Glielo avevano spiegato i saggi della tribù Havasuw `Baaja, originari del posto, e non arrivati lì come i suoi antenati, i Wôbanuoki, la gente dell’est cacciata dal fiume Hudson dagli inglesi, dai francesi e dai coloni americani.

Intorno a lui, scorre tutta la solita coloratissima umanità nuiorchese, quella che non stanca mai perché non è mai uguale.

A un banchetto di noccioline un egiziano ride la risata contagiosa degli eredi dei faraoni, al telefono col fratello rimasto a Mansureya, come se fossero entrambi seduti a fumare la shisha in un baretto sul Nilo. Poco più in là una mamma giovanissima spinge un passeggino con dentro un frugolo nascosto da una coperta di pecora, in una giornata primaverile solo di calendario. Un punk fuori tempo massimo, con una cresta di capelli altissima e viola cammina mano nella mano con un compagno vestito da fantasma, cerone bianco, occhi neri, pezzi di metallo infilati alla meno peggio ovunque, un mantello altrettanto nero che spazza la polvere via dall’asfalto. Folti gruppi di ragazzotti con magliette verdi e trifoglio irlandese si aggirano sonori, sguaiati e già ubriachi, alle 11 del mattino, festeggiando San Patrizio, il patrono dell’Irlanda, con tre giorni di anticipo. Un nero sdentato con cappellino da baseball storto chiede a una ragazzina bionda con cappellino pulcioso e giubbotto di pelle di prenderlo a pugni, ché lui era uno stronzo. La ragazzina, tentata dall’insolita proposta, si vede in un nanosecondo alla stazione di polizia arrestata per violenza altrettanto gratuita in luogo pubblico. Sorride, il nero ricambia il sorriso, ed entrambi proseguono con le proprie vite, in fondo non violente. Intanto il senzatetto sul marciapiede ferma i passanti chiedendo come offerta per la notte un centesimo a testa, che in tempi di recessione, in questa città avara, è come chiedere un miliardo. Si stupisce e sorride, anche lui, alla ragazzina che getta nella bottiglia tintillanti quarti di dollaro e che gli suggerisce di alzare la posta. Un rastapapà tiene un rastababy appiccicato in bilico sulla vetrina del giocattolaio della piazza e si guarda i dvd del venditore ambulante. Un turista scatta foto alle foto in vendita. Il fotografo che le vende lascia fare e se lo guarda divertito.

L’indiano non vede niente di tutto ciò. Fissa il suo microscopico aquilone rosso e lo ritira quando passa un’aquila, lo fa svettare in alto, oltre le nuvole, quelle che vede solo lui, quelle del deserto, ché qui sono coperte dai grattacieli. Il vento che qui non c’è gli muove il codino di capelli canuti che spuntano sotto il cappello da cowboy con la piuma che gli ha lasciato il nonno quando entrambi sono partiti, il giovane per fare fortuna nella città dalle mille stelle, e il vecchio per il regno delle stelle vere.

È qui, la ragazzina lo vede e rimane ferma in mezzo a un incrocio finché un tassinaro poco romantico non le suona di spostarsi. È qui, l’anziano indiano, ma non è a New York, non adesso. Lui il suo aquilone lo sta facendo volare nel deserto dell’Arizona, dove lo faceva volare con il nonno, quando era piccolino e imparava come fare a tornarci, lì, ogni volta che si sarebbe perso, ogni volta che la città senza anima gli rubava la sua. Proprio come stamattina, quando il traffico, i rumori, gli odori, la folla di Union Square, ogni cosa è scomparsa, per lui che si gode, placido, il gorgoglio del fiume, lo stridire del vento tra le rocce scaldate dal sole caldo dell’Arizona, e pure qualche formica che gli solletica le dita dei piedi che spuntano dai jeans larghi e arrotolati.

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