Filed under: nyc characters
La signora teneva il cappello appoggiato sulle ginocchia e strizzava i guanti a sfogarci la rabbia. Con gli occhi cercava la complicita’ di altri viaggiatori, che come lei erano finiti su quel vagone maledetto della metro 6, Uptown verso il Bronx. Sbuffava anche ai sorrisi che riceveva come risposta ai suoi sguardi inquisitivi.

NYC Subway. Foto di Antonio Carloni www.antoniocarloni.com
Non era tardi, erano da poco passate le cinque di pomeriggio, ma lei era lungi dal terminare quella tipica giornata nuiorchese, densa di eventi e accadimenti, di situazioni e incontri, di capovolte su e giu’ dalla metro e veloci camminate a ridosso di alti e minacciosi grattacieli. Aveva gia’ attraversato l’isola piu’ popolata al mondo due volte, fatto la spesa, scongelata la cena, coperto il turno del negozio al mattino, incontrato il consulente delle tasse a pranzo. Poi si era chiusa nell’androne della Citybank, quello con le macchinette dei bancomat, per fare tre telefonate schermate dalle sirene degli onnipresenti pompieri. Ora scattava il pomeriggio e nelle prossime 4 ore avrebbe fatto piu’ che in tre giorni in quasiasi altra citta’. Se solo quella metro si fosse sbrigata un po’.
La messinpiega dei suoi capelli neri corvini aveva da tempo perso ogni grazia e la rivista che teneva in mano era piu’ sgualcita dei guanti che si ostinava a strizzare ormai piu’ frustrata che rabbiosa. Anche i suoi compagni di viaggio erano infastiditi. La ragazzina con la musica a tutto volume nelle orecchie continuava a fissare il vagone vicino.
Sbam!
Proprio mentre la signora si perdeva nei suoi pensieri, a fare il conto delle email che avrebbe dovuto spedire quella sera, un ragazzotto nero e robusto veniva lanciato dai suoi compari contro la porta divisoria tra un vagone e l’altro. Quando ci ando’ a sbattere i passeggeri sussultarono per un secondo solo, qualcuno neanche si volto’. Non c’era preoccupazione ne’ paura nei loro volti. Solo frustrazione e rabbia. La signora guardo’ il tipo alla sua destra, a cercare comprensione, un comune sfogo, una parola che la tranquillizzasse un po’: ma niente. Lui continuava a leggere un libro piu’ interessante di adolescenti violenti che improvvisavano incontri di pugilato dal vivo sulla metro in corsa. Anche la ragazzina con la musica non sbatte’ ciglio. Solo un anziano signore si volto’ un attimo verso la porta divisoria. Ma neanche lui sembrava turbato.
E anche la metro, imperturbabile come gli umani che teneva in grembo, continuava il suo viaggio, e prendeva le curve sotterranee ancora piu’ veloce del solito, quasi a rendere la scazzottata del vagone accanto piu’ eccitante e divertente.
Sbatti di qua, sbatti di la’, tre addosso a uno, risa sguaiate, urla. I ragazzotti facevano sul serio. Se le davano di santa ragione, non stavano giocando. E nemmeno accennavano a smetterla. Uno piu’ robusto e con l’afro piu’ pronunciato sfodero’ la catena dove teneva agganciate le chiavi di casa. I jeans si abbassarono ancora di qualche centimetro e qualcuno si chiese come facesse a muoversi senza inciampare. Lui comincio’ a roteare la catena sulle teste degli altri. E giu’ altre botte. Qualche risata, qualche urlo. Ma soprattutto botte.
Andava avanti cosi da Wall Street. Erano saliti all’ultima fermata di Brooklyn i ragazzotti. Ma avevano iniziato a menarsi verso Bleecker. A ogni fermata la gente sulla banchina, davanti a quel vagone, si separava piu’ veloce del Mar Rosso sotto l’influsso delle mani di Mose’. Meta’ a destra, meta’ a sinistra, nessuno in quel vagone. Senza battere ciglio, senza preoccuparsi, i nuiorchesi vedevano che la gang uscita da scuola faceva a pugni e cambiavano carrozza. Solo un po’ infastiditi, che ora dovevano stringersi e accalcarsi, con un vagone di meno a disposizione.
Lei era come gli altri, infastidita e arrabbiata per il tempo che, sapeva, avrebbe perso a causa loro. Infatti, a Union Square, immancabile e puntuale, l’annuncio: “Unita’ di polizia richiesta sulla metro numero 6 diretta nel Bronx. Ripeto: Richiesto intervento urgente polizia. Rissa nel vagone della 6. Signori passeggeri, ci fermeremo in questa stazione fino all’intervento della sicurezza”. Lei sbuffo’ sonora, stavolta. Il guanto cadde dalle sue mani, si chino’ a raccoglierlo e mentre raddrizzava la schiena e tornava su si guardo’ intorno: ora sbuffavano tutti.
Le porte del vagone accanto erano state serrate, i ragazzotti non potevano piu’ uscire, avrebbero passato una notte al gabbio, come minimo, ma nel frattempo continuavano a darsela di santa ragione. Di qua, la signora e i suoi compagni di viaggio, non si preoccupavano di loro. Non pensavano a quanti anni avessero, e perche’ girassero con coltellini a serramanico in mezzo ai libri di scuola. Non sapevano dove abitassero, non immaginavano che erano i loro vicini di casa, che stavano in classe con i loro figli. No, si preoccupavano solo dell’inaspettato e imprevisto ritardo, del cambiamento di piani, delle cose da fare, del pomeriggio che avanzava, di quei 10 minuti persi in un viaggio nella metropolitana della linea 6 diretta al Bronx.
Quando arrivo’ la polizia la signora stava guardando l’orologio. Il guanto ormai un cencio stropicciato dal sudore e dalla frustrazione. Sbuffo’ un’ultima volta, stavolta a mente, poi la metro riprese la corsa inghiottendo quegli umani, veloce, sottoterra.
Leave a Comment so far
Leave a comment