23 nyc


I sogni dell’amico di Chuck
May 24, 2009, 7:18 am
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L’altra notte ho fatto sogni strani.

Li ho raccontati a Chuck, lui dice che è per come mi sono addormentato, la posizione.

Non ne sono così convinto, ma forse Chuck ha ragione, mi sono addormentanto supino l’altra notte, mentre in genere dormo su un fianco.

Se sono girato verso il muro mi sento vulnerabile, come se qualcuno potesse arrivare e colpirmi alle spalle.

Se invece dormo con le spalle al muro, allora sento che posso controllare chi arriva, svegliarmi subito e vedere che succede intorno a me. Difendermi, se serve.

L’altra notte invece ero sdraiato tranquillo e potevo controllare la situazione a destra e a sinistra, ovunque.

Eppure, i sogni erano disturbati. Non incubi, per carità, mi sarei svegliato. Ma sogni strani, in un susseguirsi imperterrito, uno dopo l’altro.

C’erano giganti che attraversavano un ponte di quelli fatte di corde, in mezzo alla foresta. Alberi altissimi intorno, come le sequoie giganti del nord della California, alberi che tu ci metti tre ore a scalare la montagna, ti giri, e sfiori la cima dell’albero di cui tre ore prima avevi accarezzato la base del tronco. Io ero sotto al ponte, e avevo paura che questi giganti enormi facessero crollare il ponte peraltro già di suo in equilibrio non poco instabile e mi cadessero addosso riducendomi a un blob sfracellato ai piedi degli alberi.

Poco dopo era scomparso il ponte ed erano scomparsi anche gli alberi.

Erano rimasti i giganti, più vicini e ancora più grandi che mi guardavano, chiacchieravano tra loro, parlavano di cose loro ma a tratti percepivo che parlavano anche di me. Era come se stessi al centro di un gran consiglio di saggi. Loro lì, enormi, a osservarmi e confabulare. Io piccolo, seduto in mezzo al cerchio, ad attendere una decisione dei giganti sul mio destino. Ad aspettare che a un certo punto potessi cominciare a capirci anche io qualcosa, di quello che pensavano di me o del mondo. A sognare che uno di loro, con quelle enormi manoni, mi prendesse per il cappuccio del giaccone, tra pollice e indice, pizzicandomi un po’ il collo, inavvertitamente, e mi sollevasse fino all’altezza dei suoi occhi, per potermi osservare bene. E improvvisamente lo ha fatto, un gigante più curioso degli altri. In un attimo mi sono ritrovato lassù, a sfiorare le nuvole, a patire il freddo, a sfastidiare gli uccelli, con questo tipo enorme che mi osservava. E io sapevo che lui aveva potere di vita e di morte su di me, sapevo che bastava un niente e sarei finito, sapevo che la mia vita in quel momento era effimera e non valeva niente.

Eppure pensavo: Si vabbeh, mo questo mi scaraventa dall’altra parte di Manhattan, e allora? Questo lo rende un essere migliore di me? La sa più lunga perché è più alto? È più onesto, la sua anima è più pulita della mia perché mi guarda da lassù e da lassù può decidere come meglio sbarazzarsi di me? Cosa rende un’anima grande, cos’è che fa di una persona un uomo che vale, dentro, che vale davvero, nel valori intesi come punti saldi nel cammino di una vita? Il potere? I soldi? I pensieri? I sentimenti? Il saper leggere gli animi?

Pensavo, pensavo, in bilico tra l’arrogante e il saggio, e mentre sto lì che sogno e penso lui mi posa giù, ma al di fuori dal cerchio, stavolta, vicino. Vicino ai figli dei giganti.

Non so dire se fosse il sogno successivo, o più probabilmente il continuo dello stesso. So solo che a un certo punto c’erano questi figli dei giganti, più piccoli di loro ma sempre enormi rispetto a me. Saltavano a corda vicino a me, giocavano a campana, cantavano giro-giro-tondo, e mentre giravano intorno a me urlavano grida stridule e per niente giocose, alcune stupite altre spaventante. Certo tutte stridule, sembravano quasi le sirene dei pompieri di New York.

Poi a un certo punto questi ragazzini giganti hanno cominciato a prendermi a calci, o anche questo era il sogno dopo? Fattosta: improvvisamente ero finito in una scazzottata ma stranamente una in cui io ero passivo, non potevo o non volevo reagire, non riuscivo a fare nulla, solo subire calci al costato, solo prenderle di santa ragione, per di più da tipi che sembravano ragazzini insulsi e privi di cervello. 

Credo che, anche se dolorante, a quel punto devo aver ripreso sonno per bene, smettendo di sognare giganti, intendo.

Sarà durato sì e no un’ora, poi ho sognato un uragano di quelli che distruggono intere isole tropicali.

Vento che soffiava forte sulle palme, così forte che cadevano le noci di cocco. Vento che alzava il mare. Vento che scoperchiava i tetti e rompeva le vetrate delle chiese. E poi pioggia, pioggia a tratti, e poi fissa, incessante, pioggia che sembrava non finire mai. Pioggia che bagna senza riuscire a lavare. Pioggia che impregna l’asfalto, e ne tira fuori quell’odore unico e straordinario. Pioggia che sembrava che il cielo ce l’avesse con noi e questo era il modo più semplice che avesse trovato per vendicarsi.

Ha ragione Chuck: non è mica semplice dormire a Gramercy. Il quartiere è tranquillo, certo. Come dicono qui: ci sono soldi vecchi in zona, la gente non dà fastidio, sono nuiorchesi veri, quelli di Gramercy, di quelli che non si curano di niente e nessuno, che se gli sei d’inciampo al loro veloce passo, mica ti aggirano, no, ti scavalcano – letteralmente. Di buono c’è che sono talmente menefreghisti che ti lasciano stare. Ciò che è brutto riescono a non vederlo, e la gente come me, per loro è brutta. Così io non esisto, Chuck nemmeno. Figurarsi Ricky. Invisibili. E per questo tranquilli. Mentre se stai ad Astoria, a Queens, la gente ti tratta male, ti manda via, vogliono le strade pulite, loro. Ci tengono a darsi un contegno. Come se il contegno e la rispettabilità delle loro vite fosse in qualche modo imputabile a me, a Chuck o a Ricky. Come se potessero cavarsela così facilmente. Come se non dovessero guardarsi comunque allo specchio tutte le mattine e ammettere chi sono e cosa fanno, e questo a prescindere da chi calpesta i marciapiedi davanti alle loro case.

Non parliamo poi di quei quartieri imborghesiti del Bronx, che hanno la memoria corta e non ricordano che solo qualche decenno fa erano tutti immigrati illegali e adesso si sentono tutti Rockfeller perché, beati loro e tanto di cappello che non ho, i loro figli studiano all’università pubblica del CUNY.

E la metro poi, ne vogliamo parlare? Mica ci si sta più tranquilli in metro, di notte. Bloomberg – e Giuliani prima di lui – si vanta di aver “ripulito la citta’ dal crimine”. Sarà anche vero, ma adesso è un’invasione costante di poliziotti ovunque, e quelli stanno straniti, per lo più annoiati che devono fare le ronde ovunque in quella che è diventata una delle dieci città più sicure al mondo. Stufi, i poliziotti dell’NYPD non sanno con chi prendersela e se la prendono proprio con me e Chuck, che certo criminali non siamo. Così, d’inverno, non resta che accucciarsi sui tombini che mandano aria calda, ma il rumore dei treni che passano pochi metri più sotto, credetemi, è infernale. I letti delle case di accoglienza, del resto, io preferisco lasciarli a quelli con i figli, che già loro fanno una fatica a correre a fare la fila per accaparrarsi il posto letto dopo aver preso i piccoli a scuola.

Ricky non ci ha perso solo il sonno, ci ha perso la testa a vivere così. E sì che non sono nemmeno otto mesi che lo fa. Nel settembre scorso in due giorni ha perso tutto, colpa la crisi del mutui. Ha perso la casa, ha perso il lavoro, e ha perso la moglie che lei di uno senza casa e senza soldi non sapeva che farnese. I figli gli mancano, ma non ha il coraggio di andarli a trovare. Non sa che raccontargli. Quello che vede per strada? La gente che gli dà del nullafacente a lui che ha lavorato 10 ore al giorno per 24 anni e con 5 giorni di ferie l’anno?

 

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A me invece, che questa vita mi sono abituato a farla da tanto tempo, la gente non mi provoca più di un sorriso. Pensano di sapere tutto, loro, che ti guardano facendo finta di non vederti. Che non sanno che fatichi il doppio di loro, per cercarti da mangiare, per girare tutto il giorno con chili di roba addosso e sulle spalle, che se no l’ultimo dei tuoi cosiddetti amici te le ruba. Non lo sa, la gente “perbene” quanto fa freddo, le notti d’inverno, quando la temperatura scende a meno 15. Non lo sa, certo, ma deve pure poterlo immaginare. Non lo sanno, loro, che si beve per sopravvivere, per scaldarsi. Che non siamo, noi, o almeno non tutti, alcolizzati senza né arte né parte. Non lo sanno, loro, che molti di noi al mattino si fanno la doccia e vanno a lavorare. Non lo sanno che siamo i loro vicini sulla metro, a meno che non giriamo coperti di giornali e di buste di plastica. Non lo sospettano neppure che siamo laureati, che abbiamo cultura da vendere, che ci scambiamo tra di noi i racconti di Checkov e le storie di Saul Bellow. Non lo sanno che con la recessione che ha colpito tutti ormai non si trova più un posto decente dove dormire, che noi veterani genitluomini aiutiamo le giovani donne, le trentenni professioniste che si ritrovano per la strada e che con l’ultimo vestito che si ritrovano ormai incollato al culo da quel giorno recente in cui le hanno licenziate in tronco, chiedono l’elemosina nei vagoni della metropolitana con un cartello, ché se parlano hanno la voce rotta dal pianto.

Non lo sanno, loro, quelli che un tetto sopra la testa lo hanno.

E a me fanno sorridere, soprattutto nelle mattinate cosi in cui ho dormito male.

Mi sa proprio che stasera dò retta a Chuck e me ne vado a dormire con lui davanti alla chiesa di Gramercy, sulle scalinate.

Lo spazio è un po’ risicato, vero, ma almeno lì non ci sarà nessuno che cerca di passarmi sopra, che tanto le chiese sono sempre chiuse quando ti servono e di notte certo non servono a nessuno.

Ma sì, stanotte una bella dormita è proprio quello che ci vuole. Senza troppi sogni strani. Ho sonno.

Nota:
Ogni anno a New York ci sono 100mila senzatetto. Ogni notte, per le strade, ce ne sono almeno 38mila.
Qualche giorno fa, il 21 maggio 2009, il computo ufficiale era a 34.704, di cui 8,009 famiglie con bambini, 1.304 famiglie senza figli e 6.796 individui soli.
Un nuiorchese su venti e’ stato senza tetto almeno una notte nella vita.
Il 78% delle persone che si rivolgono alle case accoglienza sono famiglie.
Un bambino su 4, a New York, vive in poverta’. Un senzatetto minorenne in media ha meno di 5 anni.
Un senzatetto su cinque e’ stato dato in affidamento da piccolo.
La meta’ delle donne senzatetto a New York sono scappate da un marito o da un compagno che le menava.
Circa il 40% dei senzatetto che vivono nelle case accoglienza soffre di malattie mentali.
Il 90% dei senzatetto sono neri o sud-americani, benche’ solo il 53% della popolazione di New York sia nera o sud-americana. 
Il 17% dei senzatetto che dormono nelle case accoglienza hanno un lavoro.
Questi dati raccolgono solo i senzatetto che usano le case accoglienza, e non i tanti, come Chuck e il suo amico, che dormono sui tombini d’inverno e sulle scalinate d’estate.


A Freddie piace il rosso lacca
May 5, 2009, 6:04 pm
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Freddie Hubbard. official photo.

Freddie Hubbard. official photo.

Mi sono vestito di rosso ieri. So che a Freddie piaceva, quando facevamo gli spettacoli e io mi vestivo di rosso. Diceva che con la tonalita’ di marrone della mia pelle stava bene, il rosso. “Purche’ sia rosso lacca”, specificava. E a rendermi il concetto ben chiaro mi ha regalato la bombetta rossa lacca, per di piu’ lucida. 

L’ho messa apposta, ieri sera, per andare alla sua serata, a ricordarlo, tra amici, come se fosse ancora tra noi. Poi avevo la mia giacca rossa, il dolcevita rosso anni settanta e il dente d’oro che sbrilluccicava a ogni sorriso che regalavo. Sono rimasto un po’ sulla porta, cosi, a regalare sorrisi, come sarebbe piaciuto a lui. 

La Cattedrale di San Giovanni il Divino a Harlem era piena di gente. 

C’erano cantanti jazz con le ciglia finte e i dread raccolti. 

Trombettisti sempre piu’ vecchi e con sempre piu’ energia. Da vendere. 

C’erano pianisti venuti apposta da Indianapolis, che si ricordavano il primo concerto di Freddie, a 16 anni. Che buffo che deve essere stato. 

Io sto messo come lui. Non fosse per la Jazz Foundation che, se siamo in difficolta’, ci paga le cure mediche e un minimo di pensione, non avrei nulla. 

Non ci pensa nessuno, a noi musicisti.

Passiamo la vita, noialtri, a comporre note che, messe in fila una dietro l’altra, provocano emozioni a chi vi porge l’orecchio. 

Facciamo una vita solitaria, che’  le note sono timide, e si nascondono, stanno mute, se ci sono altri suoni. E le note mute, si sa, non hanno senso alcuno. 

Appaiono per lo piu’ di notte, quando tutto e’ cheto, quando l’unico suono che si lascia ascoltare e’ quello del silenzio. Arrivano improvvise, ci svegliano, ci tirano giu’ dal letto, insistenti, ci costringono a sederci di nuovo davanti allo strumento, per scriverle, per renderle immortali, loro, le note, mica noi. Noi musicisti siamo meri strumenti, usati dalle note allo stesso modo in cui le parole usano gli scrittori. 

Facciamo spesso una vita incompresa, ai piu’, che’ davvero ha poco senso stare soli ad aspettare che le note ci degnino della loro presenza, per farsi mettere ordinate e manco sempre sullo spartito. Noi musicisti jazz, poi … fegato spappolato anche se siamo astemi. Che’ non e’ tanto l’alcol, quanto i pensieri, le emozioni, il saper scavare nell’animo umano per estrapolare quello che le anime non si raccontano nemmeno davanti allo specchio in punto di morte. Trovare quelle emozioni universali e spiattellarle, esorcizzarle, che quando uno sconosciuto ci si identifica, ci ha messo il dito sopra, e’ come se un po’ gli fosse passata. O tornata, se l’emozione era bella. 

Ma a noi, diceva bene il tipo ieri sera, dopo la Standing Ovation per uno dei piu’ grandi trombettisti jazz, nessuno ci paga. Si, per carita’, facciamo un album ogni tanto, anche due o tre. Intere compilations, se siamo bravini e ben agganciati a case di produzione. Suoniamo nei locali, alcuni di noi fanno lezioni. Ma si tira avanti, per tutta la vita. Si tira avanti e basta. 

Non abbiamo pensione, non abbiamo contributi, non abbiamo assistenza medica. 

Regaliamo emozioni. Alcune le solleviamo dai meandri dell’inconscio che neanche il miglior terapeuta. E nessuno ci regala niente in cambio.

Siamo qui, continuiamo a farci svegliare di soprassalto nel pieno della notte da accordi e note sparse, per un solo unico improrogabile motivo: altro non potremmo mai fare. Ci piace vestirci di rosso lacca, a noi musicisti jazz neri. 

 

http://www.jazzfoundation.org 

http://www.freddiehubbardmusic.com/  (more…)



Randy non ha amici
April 27, 2009, 8:30 pm
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“Io non ho amici in senso proprio, solo conoscenti”
“Anche io. Conoscenti, gente che vedi ogni tanto, che senti, ma di cui sai che non puoi fidarti a pieno, che non chiameresti nel momento del bisogno, quando magari stai giu’, che tanto quando stai giu’ o ti ritiri su da solo o non serve altro”.

Randy e Bobby hanno rispettivamente 20 e 25 anni. Uno e’ cresciuto nel Bronx, l’altro a Brooklyn.

“Sono neworkese quanto il Long Island Ice Tea”, dice Bobby riferendosi al drink piu’ bevuto nei vicoli di SoHo, con vodka, tequila, gin, rum e appena un po’ di seltzer a mischiare i superalcolici. Bobby in effetti, bello come il sole, e’ un bel misto: un quarto cinese, un quarto spagnolo, un quarto portoricano e un quarto italiano. I nonni, poi, si perdono nei meandri dei tempi andati e delle navi arrivate qui.

Se accadesse in qualsiasi altro posto al mondo, la conversazione tra i due, le loro frasi, sarebbero di una tristezza di quelle che penetra fino in fondo allo stomaco e lo gela, per sempre.

Ma questa e’ New York, bellezza.

Qui non esiste gelo altro che il vento che dall’Alaska soffia tra i grattacieli. Il gelo, qui, le anime imparano a seppellirlo in fondo a se stessi appena nati, la prima volta che, nel passeggino, percorrono i marciapiedi grigi della citta’.

Randy e Bobby sono sinceri, quando dicono di non avere amici. Parlano con il cinismo e la franchezza di chi ha il doppio della loro eta’: “Mi sono stufato di fidanzarmi, ora esco solo per divertirmi, con le donne. Poi, chissa’, magari, un giorno, una che mi accetta per quello che sono la trovero’ anche io”, afferma sicuro e per niente deluso Randy.

Sono ragazzi duri fuori e teneri dentro, newyorkesi d.o.c., come i cactus, se si va oltre le spine c’e’ succulenta e dolce polpa. Ma le spine, qui, non se le fa togliere nessuno, menche’ meno Randy e Bobby, che della vita hanno le idee chiare.

“New York e’ ancora il centro del mondo. Qui puoi realizzare i tuoi sogni, ma se non ce la fai a tirare su un dollaro a New York, allora e’ meglio che te ne vai subito, o che pensi a come fare a venderti gli organi per svoltare un po’ di contanti”, dice Bobby.

“Si, questo non e’ un posto per smidollati. Io ho imparato sopravvivendo nel Bronx, facendo a botte all’uscita di scuola solon perche’ ero il piu’ grosso e tutti ce l’avevano sempre con me. Mi sono anche dovuto fare 4 mesi di riformatorio, ma e’ stato tutto tempo utile alla crescita”, gli fa eco Randy.

I due ragazzi seguono un corso per baristi astemi a Queens. Gli altri partecipanti sono tutti indios che bevono succo d’ananas e devono pagare squallidi affitti che illuminati dalle luci della citta’ a loro sembrano meno squallidi del buio delle montagne guatemalteche che incorniciano laghi di vulcani ormai spenti. Randy deve pagarsi l’universita’. Bobby l’affitto e le bollette. Vogliono svoltare tanti soldi, 400 a serata esentasse, perche’ i soldi, qui, come quel misto di alcol che e’ il Long Island Ice Tea, anestetizzano la solitudine che divora le anime.

“Beh, allora ci vediamo”, si dicono entrambi prima che Randy esca dal vagone.

Ed entrambi sanno che cio’ non accadra’ mai, che e’ un modo di dire, uno di quei tanti modi di dire nuiorchesi che servono solo a fingere che la solitudine non esista, qui, mentre piano piano si divora tutti gli esseri appena piu’ sensibili che cactus non sono mai stati e mai sapranno essere.



Kiwidinok e l’aquilone
March 15, 2009, 6:21 am
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Gliel’aveva insegnato il nonno a estraniarsi dai posti e catapultarsi dove si sentiva a suo agio, dove poteva ritrovarsi e tornare a essere se stesso.

“Non devi pensare, il cervello non c’entra”, gli diceva il saggio vecchietto, una piuma colorata di un uccello strano appesa chissà come all’orecchio sinistro. “Devi sentire tutto, ogni cosa, con i tuoi 5 sensi. Solo così riuscirai a trasportare il tuo corpo altrove. Ovunque”, gli aveva detto con un sorriso.           

All’inizio non gli sembrava possible. Ma al nonno aveva sempre creduto, ché non lo aveva mai tradito. Così prova che ti riprova, con il tempo imparò a farlo davvero, ad andarsene lontano senza spostarsi da dov’era. Ora che aveva quasi l’età del nonno lo faceva sempre più spesso, quasi ogni giorno, ogni momento in cui si sentiva solo, in questa città piena di luci sbrilluccicanti che accecavano gli animi e indurivano i cuori peggio della più grande luna piena in una notte senza stelle.

Prima spalancava l’olfatto, e vi faceva entrare piano piano l’odore acre del deserto, la sabbia rossa alzata dal vento che gli solleticava le narici, il profumo delicato dei fiori di cactus.

Poi l’udito: sentiva il vento sussurrare e richiamarlo a casa, mentre filtrava tra montagne di rocce che a lui, da bambino, gli sembravano figure aliene, giganti di un aldilà fantastico e lontano, che, sornioni e immobili, si raccontavano l’un l’altro. Ascoltava i versi striduli dei condor, il lento lavorio degli scorpioni, quello ben diverso (ci aveva messo anni a riconoscerlo) delle formiche giganti che costruivano termitai. Sentiva strisciare le lucertole e i coyote che ululavano, di notte, in esplorazione.

Il tatto: la pelle comincia a seccarsi per il vento caldo che batteva in Arizona, gli occhi diventavano fessure a pararne i colpi. I rotoli degli arbusti pieni di spine gli graffiavano i polpacci.

Il gusto: la sete giungeva improvvisa e aggressiva, quella sete di chi vive nel deserto, di chi fuma l’erba sacra del calumet della pace, di chi mangia bisonte e granturco arso sui carboni.

L’ultima cosa era la più difficile: doveva riuscire a vedere altro, a occhi spalancati.

E lui, stamattina, non vede il cemento dei palazzi con le loro scale antincendio ricamate a ghisa. Non vede il traffico dei tassì gialli. Non vede la folla e i banchi del mercato con le erbette organiche di Union Square, la Campo de’ Fiori di New York City. Non vede nemmeno le impalcature che ha davanti. No: vede quei pochi bassi cespugli che crescevano in riva al fiume, dove era cresciuto anche lui. Vede le rocce rosse scolpite con l’accetta di guerra. Vede il grande cratere delle meteoriti, anche se sapeva bene, lui, che le meteoriti non c’entravano niente, che erano stati i grandi dei a soffiare su quel pezzo della terra e a formarla così, a buchi. Glielo avevano spiegato i saggi della tribù Havasuw `Baaja, originari del posto, e non arrivati lì come i suoi antenati, i Wôbanuoki, la gente dell’est cacciata dal fiume Hudson dagli inglesi, dai francesi e dai coloni americani.

Intorno a lui, scorre tutta la solita coloratissima umanità nuiorchese, quella che non stanca mai perché non è mai uguale.

A un banchetto di noccioline un egiziano ride la risata contagiosa degli eredi dei faraoni, al telefono col fratello rimasto a Mansureya, come se fossero entrambi seduti a fumare la shisha in un baretto sul Nilo. Poco più in là una mamma giovanissima spinge un passeggino con dentro un frugolo nascosto da una coperta di pecora, in una giornata primaverile solo di calendario. Un punk fuori tempo massimo, con una cresta di capelli altissima e viola cammina mano nella mano con un compagno vestito da fantasma, cerone bianco, occhi neri, pezzi di metallo infilati alla meno peggio ovunque, un mantello altrettanto nero che spazza la polvere via dall’asfalto. Folti gruppi di ragazzotti con magliette verdi e trifoglio irlandese si aggirano sonori, sguaiati e già ubriachi, alle 11 del mattino, festeggiando San Patrizio, il patrono dell’Irlanda, con tre giorni di anticipo. Un nero sdentato con cappellino da baseball storto chiede a una ragazzina bionda con cappellino pulcioso e giubbotto di pelle di prenderlo a pugni, ché lui era uno stronzo. La ragazzina, tentata dall’insolita proposta, si vede in un nanosecondo alla stazione di polizia arrestata per violenza altrettanto gratuita in luogo pubblico. Sorride, il nero ricambia il sorriso, ed entrambi proseguono con le proprie vite, in fondo non violente. Intanto il senzatetto sul marciapiede ferma i passanti chiedendo come offerta per la notte un centesimo a testa, che in tempi di recessione, in questa città avara, è come chiedere un miliardo. Si stupisce e sorride, anche lui, alla ragazzina che getta nella bottiglia tintillanti quarti di dollaro e che gli suggerisce di alzare la posta. Un rastapapà tiene un rastababy appiccicato in bilico sulla vetrina del giocattolaio della piazza e si guarda i dvd del venditore ambulante. Un turista scatta foto alle foto in vendita. Il fotografo che le vende lascia fare e se lo guarda divertito.

L’indiano non vede niente di tutto ciò. Fissa il suo microscopico aquilone rosso e lo ritira quando passa un’aquila, lo fa svettare in alto, oltre le nuvole, quelle che vede solo lui, quelle del deserto, ché qui sono coperte dai grattacieli. Il vento che qui non c’è gli muove il codino di capelli canuti che spuntano sotto il cappello da cowboy con la piuma che gli ha lasciato il nonno quando entrambi sono partiti, il giovane per fare fortuna nella città dalle mille stelle, e il vecchio per il regno delle stelle vere.

È qui, la ragazzina lo vede e rimane ferma in mezzo a un incrocio finché un tassinaro poco romantico non le suona di spostarsi. È qui, l’anziano indiano, ma non è a New York, non adesso. Lui il suo aquilone lo sta facendo volare nel deserto dell’Arizona, dove lo faceva volare con il nonno, quando era piccolino e imparava come fare a tornarci, lì, ogni volta che si sarebbe perso, ogni volta che la città senza anima gli rubava la sua. Proprio come stamattina, quando il traffico, i rumori, gli odori, la folla di Union Square, ogni cosa è scomparsa, per lui che si gode, placido, il gorgoglio del fiume, lo stridire del vento tra le rocce scaldate dal sole caldo dell’Arizona, e pure qualche formica che gli solletica le dita dei piedi che spuntano dai jeans larghi e arrotolati.



Denis Smith e la chitarra
March 1, 2009, 6:10 am
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Denis Smith vi insegnerà a suonare la chitarra.
Denis Smith vi insegnerà a suonare la chitarra.
Denis Smith vi insegnerà a suonare la chitarra.

Lo leggete talmente tante volte che alla fine ci credete persino voi.
E anche se di suonare la chitarra non vi è mai importato granché, un pensiero alla fine ce lo fate, perché Denis Smith ormai vi è entrato nel cervello.

Denis Smith ha un taglio di capelli anni ’80, un sorriso da Top Gun e, ovviamente, suona la chitarra.
Il suo volto campeggia allegro in tutta Manhattan, da nord a sud, da est a ovest, passando per la stazione centrale.
Arrivi ad Harlem, e lui è lì, che sorride e promette, a tratti minaccioso, che persino tu potrai imparare a suonare la chitarra. Tanto ci pensa lui. Denis Smith vi insegnerà a suonare la chitarra.
Passi per Wall Street e lui c’è. Denis Smith vi insegnerà a suonare la chitarra.
Sulla 42ma? Presente. Denis Smith vi insegnerà a suonare la chitarra.
Ai confini del Bronx? Eccolo. Denis Smith vi insegnerà a suonare la chitarra.
Sotto il ponte di Brooklyn? C’è: Denis Smith vi insegnerà a suonare la chitarra.
Basta entrare in un alimentari qualsiasi, ma anche un tabaccaio, un giornalaio, un bar, e anche alcune cabine telefoniche, fermate di autobus, portoni.
Lui e’ lì, giovane, americano, onnipresente.
Promette di ispirarvi fiducia in voi stessi, sul volantino. Promette di aprirvi nuove possibilità. Promette di portarvi fuori dall’ordinario. Vi promette una nuova vita, come la promette a se stesso. 

Denis è arrivato a New York qualche mese fa, prima che la recessione inghiottisse lui e tutti gli altri. Come molti che arrivano su quest’isola ha una determinazione unica a rimanerci. A sfondare, a farcela. Come se questa fosse l’ultima chance che la vita gli dà, a Denis. Attraversa i semafori e canticchia la canzone di Liza Minnelli a Cabaret: “Se ce la faccio qui ce la faro’ ovunque”. E come tutti gli altri disperati fa qualsiasi cosa pur di starci, a New York. Così una notte insonne si è deciso: volantini. Avrebbe tappezzato la città e lo ha fatto. Perché in questa città tutti potevano fare tutto. E perché non lui? Del resto, due certezze gli erano rimaste a Denis Smith: Sapeva suonare la chitarra. E indietro non sarebbe tornato. Mai.

Le narici ancora gli bruciavano dell’odore dell’olio vecchio delle patatine fritte con cui era cresciuto. E il whisky… Non ne poteva più di whisky dozzinale. Lo zio ci si sciacquava i denti col whisky, lui non ne sopportava l’odore. La notte, giù nel paesello dell’Iowa dove era cresciuto, si sentivano spari di pistola: ci si divertiva con poco. I ragazzini crescevano tra campi di grano, unica aspirazione un fucile, una bottiglia, e la fica. O magari svoltare e farsi un po’ di mesi in Iraq, a prendere soldi e dare mazzate agli arabi. Denis era diverso, di lui dicevano che era sensibile. Come se avere sentimenti fosse una grave offesa.

Così a 16 anni mollò tutto e tutti, soprattutto lo zio alcolizzato. Salì su un autobus, chitarra su una spalla, zaino sull’altra e arrivò deciso a prendere a morsi la grande mela fino al torsolo. E ora insegna a tutti, ma proprio a tutti, anche a chi non ha mai tenuto in mano altro che una zappa, ad accarezzare le corde della chitarra come fossero i capelli di una sirena che si crogiola al sole di una roccia lambita dalle onde dell’Atlantico.



La signora del metro numero 6
February 26, 2009, 9:14 pm
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La signora teneva il cappello appoggiato sulle ginocchia e strizzava i guanti a sfogarci la rabbia. Con gli occhi cercava la complicita’ di altri viaggiatori, che come lei erano finiti su quel vagone maledetto della metro 6, Uptown verso il Bronx. Sbuffava anche ai sorrisi che riceveva come risposta ai suoi sguardi inquisitivi.

 

NYC Subway. Foto di Antonio Carloni http://www.antoniocarloni.com/

NYC Subway. Foto di Antonio Carloni www.antoniocarloni.com

 

Non era tardi, erano da poco passate le cinque di pomeriggio, ma lei era lungi dal terminare quella tipica giornata nuiorchese, densa di eventi e accadimenti, di situazioni e incontri, di capovolte su e giu’ dalla metro e veloci camminate a ridosso di alti e minacciosi grattacieli. Aveva gia’ attraversato l’isola piu’ popolata al mondo due volte, fatto la spesa, scongelata la cena, coperto il turno del negozio al mattino, incontrato il consulente delle tasse a pranzo. Poi si era chiusa nell’androne della Citybank, quello con le macchinette dei bancomat, per fare tre telefonate schermate dalle sirene degli onnipresenti pompieri. Ora scattava il pomeriggio e nelle prossime 4 ore avrebbe fatto piu’ che in tre giorni in quasiasi altra citta’. Se solo quella metro si fosse sbrigata un po’.

La messinpiega dei suoi capelli neri corvini aveva da tempo perso ogni grazia e la rivista che teneva in mano era piu’ sgualcita dei guanti che si ostinava a strizzare ormai piu’ frustrata che rabbiosa. Anche i suoi compagni di viaggio erano infastiditi. La ragazzina con la musica a tutto volume nelle orecchie continuava a fissare il vagone vicino.

Sbam!

Proprio mentre la signora si perdeva nei suoi pensieri, a fare il conto delle email che avrebbe dovuto spedire quella sera, un ragazzotto nero e robusto veniva lanciato dai suoi compari contro la porta divisoria tra un vagone e l’altro. Quando ci ando’ a sbattere i passeggeri sussultarono per un secondo solo, qualcuno neanche si volto’. Non c’era preoccupazione ne’ paura nei loro volti. Solo frustrazione e rabbia. La signora guardo’ il tipo alla sua destra, a cercare comprensione, un comune sfogo, una parola che la tranquillizzasse un po’: ma niente. Lui continuava a leggere un libro piu’ interessante di adolescenti violenti che improvvisavano incontri di pugilato dal vivo sulla metro in corsa. Anche la ragazzina con la musica non sbatte’ ciglio. Solo un anziano signore si volto’ un attimo verso la porta divisoria. Ma neanche lui sembrava turbato.

E anche la metro, imperturbabile come gli umani che teneva in grembo, continuava il suo viaggio, e prendeva le curve sotterranee ancora piu’ veloce del solito, quasi a rendere la scazzottata del vagone accanto piu’ eccitante e divertente.

Sbatti di qua, sbatti di la’, tre addosso a uno, risa sguaiate, urla. I ragazzotti facevano sul serio. Se le davano di santa ragione, non stavano giocando. E nemmeno accennavano a smetterla. Uno piu’ robusto e con l’afro piu’ pronunciato sfodero’ la catena dove teneva agganciate le chiavi di casa. I jeans si abbassarono ancora di qualche centimetro e qualcuno si chiese come facesse a muoversi senza inciampare. Lui comincio’ a roteare la catena sulle teste degli altri. E giu’ altre botte. Qualche risata, qualche urlo. Ma soprattutto botte.

Andava avanti cosi da Wall Street. Erano saliti all’ultima fermata di Brooklyn i ragazzotti. Ma avevano iniziato a menarsi verso Bleecker. A ogni fermata la gente sulla banchina, davanti a quel vagone, si separava piu’ veloce del Mar Rosso sotto l’influsso delle mani di Mose’. Meta’ a destra, meta’ a sinistra, nessuno in quel vagone. Senza battere ciglio, senza preoccuparsi, i nuiorchesi vedevano che la gang uscita da scuola faceva a pugni e cambiavano carrozza. Solo un po’ infastiditi, che ora dovevano stringersi e accalcarsi, con un vagone di meno a disposizione.

Lei era come gli altri, infastidita e arrabbiata per il tempo che, sapeva, avrebbe perso a causa loro. Infatti, a Union Square, immancabile e puntuale, l’annuncio: “Unita’ di polizia richiesta sulla metro numero 6 diretta nel Bronx. Ripeto: Richiesto intervento urgente polizia. Rissa nel vagone della 6. Signori passeggeri, ci fermeremo in questa stazione fino all’intervento della sicurezza”. Lei sbuffo’ sonora, stavolta. Il guanto cadde dalle sue mani, si chino’ a raccoglierlo e mentre raddrizzava la schiena e tornava su si guardo’ intorno: ora sbuffavano tutti.

Le porte del vagone accanto erano state serrate, i ragazzotti non potevano piu’ uscire, avrebbero passato una notte al gabbio, come minimo, ma nel frattempo continuavano a darsela di santa ragione. Di qua, la signora e i suoi compagni di viaggio, non si preoccupavano di loro. Non pensavano a quanti anni avessero, e perche’ girassero con coltellini a serramanico in mezzo ai libri di scuola. Non sapevano dove abitassero, non immaginavano che erano i loro vicini di casa, che stavano in classe con i loro figli. No, si preoccupavano solo dell’inaspettato e imprevisto ritardo, del cambiamento di piani, delle cose da fare, del pomeriggio che avanzava, di quei 10 minuti persi in un viaggio nella metropolitana della linea 6 diretta al Bronx.

Quando arrivo’ la polizia la signora stava guardando l’orologio. Il guanto ormai un cencio stropicciato dal sudore e dalla frustrazione. Sbuffo’ un’ultima volta, stavolta a mente, poi la metro riprese la corsa inghiottendo quegli umani, veloce, sottoterra.



Tony e u’ cash
February 7, 2009, 5:53 pm
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Era arrivato facendosi strada goffamente. Spingeva avanti a se’ un carrello pieno di buste, pacchi e lettere varie. Si era scusato con un sorriso per la sua goffaggine. Poi si era guardato un attimo attorno, e infine si era attaccato al telefono, scroccando la telefonata privata alle Nazioni Unite.

“Hello? Yes, I know.”

“…”

“Right. Well, I left it in copp’a u table”

“…”

“Yes, the table in the cuscina, in copp’a table”. 

“…”

“Yes, the cash, l’aggiu lasciato on the table in the kitchen. ‘n coppa a u table”. 

Chissa’ se il suo interlocutore non capiva perche’ non trovava il tavolo della cucina o se, come era piu’ probabile, aveva problemi di bilinguismo italo-americano … 

“I luv ya too, te voj bbene assai, u sai si?”

Mi ha strappato un sorriso, e mi sono congraulata con lui per la sua parlata.  

“Scusami, non ho potuto fare a meno di ascoltare. ma tu parli italiano?”

“Yeees, of course. Ie song’italiano. But I am also amerrecan’. Ie so nat’ acca’. Ma la mia mamma e mio papa song de Potenza. E poi io mi vegg i film italiani e cosi parlo sempre n italian’ “.

Peccato che mancassero tutte le finali. 

Peccato mi sia dimenticata di chiedergli che film si guardi. Che neanche Toto’ e Peppino … 

La sua goffaggine era diventata improvvisamente graziosa, mentre si schermava dietro il carrellino con finta modestia ma in realta’ andava fierissimo della sua parlata e delle sue origini. A guardarlo bene, di Potenza non aveva proprio niente. Biondo, occhi azzurri, grasso americano. Era di New York piu’ dell’Empire State Building. 

Ma il suo cuore era italiano, e quello, a lui, importava. All’Italia si sente di appartenere, ogni giorno che si sveglia e si mangia “la tuort coll’arucola e gl’ pinol“.

Appartiene a un’Italia che non esiste piu’, Tony. Un’Italia da cui i suoi sono fuggiti decadi fa, per dare a lui l’opportunita’ di una sana vita americana. 

Ma lui continua a sognare Potenza, a sognare che un giorno ci andra’ e che tutti lo capiranno. E quando questo non accadra’ lui sara’ cosi felice comunque di essere finalmente a Potenza, che ridera’ con gli altri, mentre gli altri rideranno di lui.

Intanto, poco male, schiacchiera in una lingua che puo’ esistere solo tra il ponte di Brooklyn e il Bronx.



Bepi e la luna
February 3, 2009, 4:27 pm
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Era un’alba fredda, non sembrava metà marzo. Il vento gli scompigliava i capelli e il mare gli bagnava il viso con spruzzi di salsedine. Quella notte non aveva chiuso occhio, tanta era l’eccitazione di arrivare sulla luna. Si, sembrava la luna, l’America. Ci aveva pensato parecchio, in quelle tre settimane di navigazione.

Si era imbarcato in Francia, con un amico del paesello e i tre fratelli della giovane moglie, che avrebbe indirizzato a nuova vita. La Francia era il porto degli spagnoli, dei tedeschi e dei settentrionali, sebbene da Napoli di navi ne partissero molte di più. Almeno cinque ogni giorno, tutti i giorni, da dieci anni.

Si era chiesto se avesse davvero senso questo lungo viaggio. In Italia lui un lavoro ce l’aveva e del resto aveva quasi 40 anni. Per ricominciare era tardi, di questi tempi. Ma i ragazzi erano giovani, loro potevano farcela, a conquistare la luna. Solo, avevano bisogno di una guida, di un saggio. E chi meglio di lui, che era nato saggio?

E poi tutti parlavano dell’America, di strade pavimentate d’oro, di grandi opportunità. Del futuro.

Così, meno di un mese fa, si era deciso. Aveva abbracciato la moglie e, senza saperlo, anche la figlia che avrebbe avuto. E ora era lì, sul ponte della nave, a scrutare quel mare nero, a riempirsi i polmoni del vento americano.

Intravide un’ombra all’orizzonte. Una linea incerta che appariva e scompariva tra i flutti. Sì, era Ellis Island.

Corse in coperta: “Svegliatevi, stiamo per attraccare”, disse ai compagni di viaggio. Poi si lisciò i capelli, si accarezzò il paltò, si arricciò i baffi e si mise in fila, un gentiluomo distinto, con un cappello all’ultima moda europea e un baule pieno di libri che la chiesa non gli consentiva di leggere.

“Allora semo d’acordo? Ghe dimo tutti ca nemo da sto cugino mio, el moroso de quea fioa, …”, esortò Piero, tanto per fare il punto e calmare l’ansia.

Intorno, qualche spagnolo schiamazzava e lui, ancora una volta, si chiese se davvero ne sarebbe valsa la pena.

C’erano più di 10mila persone ad affrontare quella giornata di primavera americana, che di primaverile non aveva proprio nulla. Quel 15 marzo erano già arrivate due navi e altre tre sarebbero arrivate tra poco. Gli americani erano efficienti e gentili e si facevano capire, semmai a gesti.

Entrò con gli altri nell’edificio dalle grandi vetrate. Lì si dovevano lasciare tutti i bagagli.

bauli

A malincuore mise anche il suo baule vicino agli altri. Poi si incamminò sulla scala laterale, al primo piano.

Le domande di rito, proprio come gli avevano preannunciato. E un grande registro.

Si indispose non poco lui, il sindaco di quel paesino laggiù in Italia, quando il funzionario dell’immigrazione insisteva a chiedergli quanti soldi aveva in tasca.

25 dollars“, ammise infine. E pensò: che assenza di civiltà, qui sulla luna.

“Sei in salute?” 
“Sì”
“Lo vedremo. Sai scrivere?”
“Certo che so scrivere” - ennesima indignazione.
“Buon per te. E dove vai?”
“Da Alberto Longo, il cugino di un amico, in Michigan”
“Uuhhhh, fa freddo, in Michigan, copriti bene”, gli strizzo’ l’occhio l’americano.

Si sentì per un attimo riscaldato, paradossalmente, dal freddo del Michigan e da quell’occhiata umana, quasi amichevole.

Dei suoi amici, invece, aveva perso ogni traccia.

Ora la visita medica. “Dica trentatré, tiri fuori la lingua“, e in fila di nuovo. La fila non era lentissima ma percepiva un’aria di agitazione nel suo avanzare. Quando arrivò in cima capi perché: all’esame della vista il dottore rigirava le palpebre per verificare l’assenza di tracoma. Se c’era, via, rispedito al mittente.

Passando di stanza in stanza Bepi cominciava ad ammirare l’efficienza di questo popolo selvaggio.

Ai contadini italiani che non avevano mai tenuto in mano altro che la zappa, facevano disegnare un diamante.

E poi c’erano i test psicologici, per assicurarsi di non fare entrare pazzi o anarchici russi.

La ragazza era bionda e minuta. Gli ricordò la moglie e il cuore gli saltò un battito.

Le scale le lavi da sotto in su o da sopra in giù?”, le chiesero.
“Non sono venuta fino in America per lavare scale”, rispose lei.

Lui non poté non sorridere. Il funzionario lo guardò beffardo e vincente.

Sapevano entrambi che il Nuovo Mondo si era inventato il primo marketing della storia, attirando forza lavoro di ogni tipo da ogni dove, esaminando le loro qualifiche fisiche e intellettuali, le abilità oratorie e il senso dell’umorismo. E sistemandoli, a seconda dei risultati, a farsi costruire l’intero paese, mezzo continente.

Cinque ore dopo era sfinito. Ma aveva quel permesso di stare sulla luna e non gli sembrava vero.

Si catapultò nel futuro, quello che mai avrebbe visto, e si chiese se i nipoti dei suoi nipoti sarebbero venuti anche loro, in America, a seguire le sue orme.
Se li immaginò nelle città del futuro, pensò che il loro viaggio sarebbe stato brevissimo, caldo, confortevole.
Si chiese cosa avrebbero mai fatto, colti ed europei, in un paese così incivile.
Si disse che tra qualche tempo questa terra sarebbe stata migliore, scolpita da un crogiolo di bracce e menti accorse da luoghi densi di Storia.
Pensò che questa terra lunare sarebbe presto stata densa delle loro, di storie, con la S minuscuola e perciò più belle.
Ma ora non era tempo di sognare. Smise di pensare al futuro, fece un bel respiro e uscì dal palazzo di grandi vetrate.

Il vento era ancora freddo ma il sole illuminava di una luce che non aveva mai visto e il mare, intorno, sbrilluccicava.

Strizzò gli occhi a cercare i suoi compari e vide invece un banchetto di un siciliano che vendeva caffè, granite e pezzi di pizza. Si decise ad addentarne una e mentre lo faceva e la apprezzava (non ne aveva mai mangiate, lui, di pizze), gli si avvicinò un tipo basso e scuro.

Franses? Espanol? De donde? Italian?

Bepi si confuse: ma era a Napoli o a New York? ”Italy“, balbettò.

“Aaahhh, si italian pure tu! Comm’ a chill’ate. Je so arrivat tre ann’ fà, o’ 1910. O’ cugin mie m’avev ditt c’ ca e strad eran pavimentat d’or. Invec quann so venut cà agge capite subit tre cos: 
1) E strad nu n’ song d’or.
2) Strad nu n’ ce stann proprie 
3) E strad è teng a fà je!
- E vien vien, ca te’ present o sindacate. Che cà nuje ca nu parlamme inglese ce fann fess ampress ampress jamm”.

it-immigrantsopera-assistenza-emigranti1

In realtà il nostro un po’ di inglese lo parlicchiava. Mentre questo dialetto non lo capiva affatto. Ma seguì l’uomo, in quello che sembrava un dopolavoro ferroviario italianissimo. E lì, finalmente, ritrovò anche i suoi compagni di viaggio, che felici e stremati sorseggiavano un buon caffè.

Eh, chist è u’ caffè co 5 C: cacchio come coce chist caffè. Ne vuoi un po’?

E lo bevette anche lui.

Ne avrebbe bevuto un’altra tazzina di lì a qualche mese, pensava. Giusto il tempo di sistemare questi ragazzi, indirizzarli e sarebbe tornato indietro.

Ma la vita ci mise lo zampino e le cose andarono diversamente.

Qualche mese dopo in Europa scoppiò la grande guerra. Bepi leggeva le lettere della moglie che lo esortava a non tornare o lo avrebbero mandato al fronte. Sì, va bene, avrebbe aspettato ancora. Ma la nostaglia, nei freddi e lunghi inverni del Michigan, lo prendeva spesso feroce alla bocca dello stomaco.

Non ci mise molto a farsi una vita, a Scarborough. Consigliava i compaesani, li difendeva contro i soprusi del Ku Klux Klan, che qui avevano messo su il quartiere generale degli attacchi contro gli stranieri. Era diventato una sorta di consulente, del lavoro e della vita.

Leggeva le lettere della moglie e i libri di de Toqueville.

Alla stupita indignazione iniziale si era piano piano sostitutita l’ammirazione per la forza del nuovo, per questo posto che voleva costruirsi da zero pulito, fresco, democratico ed eguale.

Ma ogni notte sognava la figlia che non aveva ancora mai visto, la moglie dai lunghi capelli biondi e persino caldi piatti di polenta.

Così, finalmente, nel 1919, sei anni dopo quella mattina di un’alba di marzo, Bepi era di nuovo lì, a bere una tazzina di caffè napoletano a New York e ad affrontare un viaggio nella direzione opposta ai più, spiegando ai suoi nuovi amici che un senso, stavolta, almeno per lui, questa traversata ce lo aveva eccome.

E anche stavolta alle spalle si era lasciato un abbraccio a una donna che portava in grembo, senza saperlo, una nuova vita.

*** Tra il 1880 e il 1915 26 milioni di italiani raggiunsero Ellis Island, rappresentando il piu’ grande gruppo di immigrati della storia, record ancora non battuto, neanche dalle boat people africane che approdano copiose a Lampedusa. Meta’ degli italiani arrivati in America dopo la guerra hanno fatto ritorno a casa. La maggior parte di loro veniva dal sud, dove era partita la riforma agraria. Venivano in America, facevano i soldi, tornavano in Calabria e si compravano casa. 

Il Banco di Napoli si invento’ la prima modalita’ di Western Union della storia, con l’agenzia di Spring Street a SoHo, NYC che faceva da banca no-profit per permettere agli immigrati di mandare i soldi guadagnati a casa. 

Il Progresso Italo Americano fu il primo giornale pubblicato dagli immigrati italiani. Nel 1913 pubblico’ un decalogo di 10 comandamenti su come essere un perfetto italo-americano. 



Lara al SuperBowl
February 1, 2009, 5:17 am
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Tutti riuniti per il SuperBowl, la grande zuppa la chiamo io, che qui le minestre le servono nelle scodelle come facevano le nonne. Tre grandi divani, uomini e donne, il tavolo alle nostre spalle imbandito di patatine di polenta, gamberetti e cipolline, taglieri di formaggi e vino e birra e tequila a volonta’. 

Lara si nota subito. E’ magra da far paura. Ha voglia di parlare ma evita gli sconosciuti. Si chiude in cucina inseguendo il padrone di casa che scappa a sua volta a chiudersi dentro il forno. Lei continua imperterrita a ricordargli eventi insensati di piu’ di dieci anni fa.

Ha un vestitino beige di lana che le fascia le ossa. Quando si muove sembra di sentire le ossa che si toccano. I capelli sono lunghissimi, arricciati artificialmente, colorati di giallo esageratamente chiaro. In questa landa dove vendono miliardi di cosmetici che tutti comprano e nessuna donna usa Lara e’ truccata che sembra debba cantare all’opera. Un mascherone dalla fronte al collo. 

Ride, contenta e simpatica. Finalmente il calcio di inizio, scatta la violenza non solo autorizzata ma anche aizzata,  ripresa e vista in tutto il paese. Dinoccolando le lunghe gambe, Lara si accoccola su uno dei divani e riprende a sorridere. 

Poi il padrone di casa fa un gesto normalissimo: tira fuori dei tavolini pieghevoli di quelli che qui usano per mangiare davanti alla televisione. Lei si incupisce di colpo. 

Improvvisamente catalizza le attenzioni di tutti, sviandole dall’evento dell’anno. Come se le luci in sala si spegnessero e rimanesse solo il suo volto illuminato a giorno da un faro sul soffitto, esordisce in un monologo.

“Io e mio fratello siamo cresciuti con la televisione”, sorride, agli sguardi degli altri che la guardano increduli per la banalita’. E precisa: “No, noi davvero. Ognuno in famiglia aveva il suo tavolinetto pieghevole da divano, come questi. Io sul mio ci avevo messo due adesivi di personaggi dei cartoni che seguivo. Mio fratello ci teneva la classifica dei Metz. Ogni sera, quando era ora di cena, li aprivamo, ci prendevamo piatto e il bicchiere in cucina e tornavamo li, in silenzio, ad ascoltare la scatola magica. Mangiavamo in silenzio come in silenzio eravamo stati prima. Tutti assieme, io, mio fratello, mamma e papa’. Ogni tanto qualcuno si alzava, andava al bagno, faceva una telefonata, ma nessuno parlava mai. Nemmeno alle pubblicita’. I miei non ci chiedevano mai come fosse andata la scuola, che cosa avessimo imparato. Mio fratello, grazie a questa cosa, ha cominciato a non andarci a 7 anni. E nessuno se ne e’ accorto finche’ le maestre non hanno scritto a casa. Le cene erano sempre uguali. Stesso orario, stessi programmi. I miei non invitavano mai nessuno.  

Delle volte capitava che dovevamo andare a cena dai parenti, tipo a natale o ai compleanni dei nonni. E allora era stranissimo, perché nessuno di noi sapeva mai piu’ come comportarsi, cosa dire, cosa fare. Senza la tv eravamo tutti degli strani zombie. Non sapevamo interagire. 

Non era sempre cosi. Quando eravamo piccolissimi, tipo tra i 3 e i 5 anni, la tv ci era vietata. I miei ci chiudevano a mangiare in una stanzetta di la’ e la guardavano loro, la televisione. Soprattutto i telegiornali ci erano vietati. Per questo quando poi ci fu permesso di accedere alla grande sala ci sembrava cosi bello, ci sembrava che eravamo proprio diventati grandi, che la vita sarebbe iniziata davvero, ispirati da quella scatola di voci e colori”.

Le luci si riaccendono. Nessuno sa che dire. E come a darle ragione ci voltiamo tutti, alcuni piu’ imbarazzati di altri, verso la scatola magica, ammirando degli omoni che si riempiono di botte per acchiappare una palla neanche tonda.

Poi dopo un po’ mi volto, la cerco con lo sguardo. Lei non c’e’ piu’. 

Si era dileguata nel silenzio fatto di assenza di voci umani, lo stesso con cui era cresciuta. Stavolta era riuscita a reagire. A non fare lo zombie, a non farsi lobotomizzare il cervello. Stavolta Lara aveva capito e aveva deciso: la vita, la sua, qualunque fosse stata, sarebbe successa fuori dalla scatola magica. Ed era corsa a prendersela.




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